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I primi della Scala
 
I primi della Scala
I primi della Scala

Francesca realizza costumi, Caterina suona il violoncello, Alessandro balla sulle punte e Anna progetta scenografie. Sono i ragazzi dell'Accademia del grande teatro milanese: in bilico tra sogni e realtà.

Un dedalo di vie antiche in zona Santa Marta. Il palazzo Siam, niente di esotico, sta per la risorgimentalissima Società d’incoraggiamento d’arti e mestieri. Due poetici cortili milanesi, uno dopo l’altro, poi il portone dell’Accademia Teatro alla Scala. E lei, seduta in un ufficio arrampicato tra i tetti. Grandi occhi scuri, viso mediterraneo, riservatezza testarda. Francesca Abbattista, 23 anni, arrivata qui da Trinitapoli, in Puglia, ha completato il corso di sartoria dello spettacolo (un anno, 1.300 ore, 8 ore al giorno lunedì- venerdì) e ha saputo che farà lo stage da Dolce & Gabbana. Si sa, ormai latita la mitica professione della première, e allora gli uffici stile della moda fanno a gara per testare questi ragazzi che hanno i fasti artigianali del passato e la manualità lenta sulla punta delle loro preziosissime dita. Da fare i salti di gioia, no? No. Perché Francesca è un perfetto esemplare della Generazione Zeta ed è geneticamente predisposta a volare basso e a considerare bellezza e cultura come strategie di sopravvivenza. Economica e non solo. Teatro o stilismo, nei suoi sogni? «Da grande vorrei un atelier tutto mio, dove creare costumi del passato che siano indossabili.

 Alla gente della mia età piacciono le rievocazioni e i giochi di ruolo: e il messaggio è chiaro, siamo stufi del mondo in cui viviamo, ne vogliamo un altro. Allora mettiamo tutto quello che siamo in dettagli che fanno la differenza. Gli abiti in serie non trasmettono nulla, invece nei punti fatti a mano passa la storia, la mia storia. Certo, noi ex studenti siamo poveri, e la sfida è cercare materiali economici ma raffinati, e ottimizzare il nostro tempo: io per esempio voglio imparare a fare un orlo artigianale in pochi minuti». Oddio, ma un bell’abito è più che un rimpianto... Sguardo obliquo: «Certo, la giacca di Armani è stata una rivoluzione sociale.

Ma oggi di rivoluzioni sociali non se ne vedono più. C’è la storia. Tutto è stato fatto, tutto è stato inventato. Io non ho rivoluzioni, ho solo un progetto per me stessa». Francesca parla del costume per Elisabetta di Valois (Don Carlo) su cui ha lavorato; che, insieme alle ricostruzioni di altri quattro (per Amina di La Sonnambula, Violetta di La traviata, Ifigenia di Ifigenia in Tauride e Anna Bolena dell’opera omonima), partirà per l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi e il 13 settembre animerà Sempre Libera, mostra sulle eroine scaligere di Maria Callas, scomparsa nel 1977 nella capitale francese.


Sì, l’Accademia Teatro alla Scala di Milano, due secoli abbondanti di un’esistenza unica al mondo (a partire dal nucleo fondativo dell’Imperial Regia Accademia di ballo del 1813 fino alla creazione dell’attuale Fondazione nel 2001, sotto la sovrintendenza di Carlo Fontana), con i quattro dipartimenti e i circa 1.300 studenti d’età compresa tra i 6 e i 30 anni (se si sommano i corsi propedeutici, di formazione e di perfezionamento) è un osservatorio privilegiato delle migliori inquietudini giovanili. Ed è uno specchio di quanto si agita anche giù dai palcoscenici. Non per niente, ci dicono, le richieste di ammissione sono state più numerose proprio negli anni brutti della crisi, quasi che l’investimento su se stessi fosse diventato, alla fine, la strategia più pagante e appagante. Il sipario si deve sempre aprire. Ci deve essere ancora una scuola di merito e non di censo che coccoli e assista il talento, che cerchi quella luce speciale negli occhi di pochi prescelti e si preoccupi anche di trovarle un posto dove risplendere.


Eva Mei, famoso soprano di coloritura, è seduta alla caffetteria del museo Mudec. Lì accanto, nei Laboratori scaligeri dell’ex fabbrica Ansaldo, sta addestrando gli allievi dell’Accademia di perfezionamento per cantanti lirici in vista dell’Hänsel und Gretel di Engelbert Humperdinck che debutta il 2 settembre alla Scala (ogni anno l’Accademia è coinvolta nell’allestimento di un’opera, che, come l’Hänsel e il magnifico Flauto magico diretto l’anno scorso da Peter Stein, è una nuova produzione). Mei è contenta, gli allievi sono tutti bravi e preparati, «nonostante la partitura così densa, sia a livello librettistico che musicale, e lo scoglio del tedesco e di un’idea drammaturgica totalmente diversa dalla nostra».

Anche lei però finisce col parlare di uno specifico Dna generazionale: «Voci meravigliose e talenti da supportare. Ma da guidare in un viaggio dentro se stessi. Sarà anche colpa di noi adulti, ma si sta disperdendo il tesoro del belcanto italiano, il recitar cantando di Bellini, Verdi, Donizetti. C’è una specie di buco tra Mozart e Verdi in questi ragazzi, soprattutto nei cantanti, e c’è una perdita del nostro repertorio e del nostro linguaggio». Sorride: «Oggi un cantante è impostato come un nuotatore o un tennista, gli si richiedono doti personali di potenza, velocità e forza: so quel che dico, ho praticato molto sport. A discapito dell’espressione delle emozioni, quella sì che fa paura, e del fraseggio, del fiato». Riflette e aggiunge: «Il mio è diventato un lavoro da archeologa. Solo così riesco a tirare fuori il nuovo da ragazzi europei che mi arrivano già strutturati, e dunque già insicuri. Nelle masterclass che ho tenuto a Tel Aviv ho avuto a che fare con giovani più liberi, a disposizione di qualsiasi esperienza».

Un Vecchio Continente vecchio e adolescente al tempo stesso?


Mentre Eva Mei lascia cadere come per caso un paio di lucide perle di saggezza («Mi fa molto effetto stare al di qua della barricata, ma è giusto così. Bisogna insegnare quando ancora si è giovani, freschi di palcoscenico. Perché i ragazzi sono cambiati. Non tanto vocalmente, ma per come si pongono, si vestono, si relazionano con i colleghi») e si ripropone di tirare le orecchie a un’allieva che si è presentata alle prove in bermuda, Caterina Ferraris, 22enne milanese, è seduta sui gradini di via Filodrammatici e si tiene vicina la custodia del violoncello. Piazza della Scala è abbacinante sotto la canicola di luglio. Ha appena finito, per l’appunto, di provare per l’Hänsel und Gretel. Niente bermuda per Caterina. Caschetto di capelli castani, qualcosa di preoccupato nei gesti, abitino a fiori, sandali bassi, ritrosia e buona educazione. La signorina adora Schubert, Brahms, Mahler, Beethoven e Ligeti (in quest’ordine), da bambina ha frequentato la Scuola Suzuki, si è diplomata al Conservatorio, ha conseguito la maturità classica al Liceo Ginnasio Manzoni, fa parte di quei circa 70 selezionati su 470 per il Corso di perfezionamento per professori d’orchestra del Dipartimento Musica dell’Accademia, grazie alla quale ha già suonato con Ádám Fischer, Christoph Eschenbach, Zubin Mehta, Michele Mariotti, Roland Böer e il giovane, avvenente talento scaligero Lorenzo Viotti (nell’amata Quarta di ?ajkovskij). Eppure preferisce raccontare di quanto siano complicate le partenze per le sue vacanze al mare, in treno (niente patente) con il violoncello e due gatti. «Non mi è del tutto chiaro che cosa farò in futuro. Spero di rimanere in Italia, vorrei diventare orchestrale, non credo di essere tagliata per la carriera solistica, forse non sono abbastanza preparata. Penso di dover ancora studiare tanto. Mi prenderò una pausa per farlo». Più che giusto, certo. Ma intanto, che effetto fa essere già stata, ventenne, dentro la mitica buca della Scala? «È stato molto utile per imparare a tenere a bada l’ansia», minimizza.

Uno che più che l’ansia tiene a bada l’entusiasmo è invece Alessandro Cavallo. Ha 17 anni, è entrato nella Scuola di Ballo del Dipartimento Danza dell’Accademia l’anno scorso (per lui, così bravo, è stata fatta la rara eccezione di accettare un allievo a tirocinio avanzatissimo). È un fiume in piena. La sua vitalità lo rende un esponente conclamato, più che della prudente e marziana Generazione Zeta, della cosiddetta Generazione Bolle, animata da adolescenti maschi italiani, coltivati nelle aule scaligere di via Campo Lodigiano che, crescendo, ingolosiscono i teatri del mondo. Solo per dire: Jacopo Tissi, da quest’anno al Bolshoi di Mosca; Cristiano Principato, oggi all’Het Nationale Ballet-Duch National Ballet di Amsterdam; Angelo Greco, principal dancer del San Francisco Ballet a 21 anni. «Sono di Latiano, in Puglia, ballo da quando avevo due anni, ho cominciato con la danza caraibica e poi mi sono innamorato dell’hip hop. Poi è morto mio nonno, a cui ero legatissimo, mi sono chiuso in me stesso, non parlavo più. Mi ha salvato la mia insegnante di Brindisi: mi ha fatto vedere una foto di Roberto Bolle, bellissimo e potente al tempo stesso, e mi ha detto di non fermarmi, di ripartire dalla danza classica, e che ci sono tanti modi, oltre alla parola, di esprimere una sensazione. E io, a 11 anni, non mi sono più fermato, 3-4 ore di classica al giorno, finché ho vinto un concorso e mi hanno consigliato di provarci con l’Accademia». Milano all’inizio ha fatto soffrire Alessandro.

 

Che però più balla e più è felice e che adesso sogna di stare alla Scala per sempre. Bolle è sempre il modello supremo? «Lui è così elegante. E l’eleganza fa tanto. E poi c’è la capacità di esprimersi, la magia che riempie il palcoscenico e che pochi hanno. Insomma, non c’è più il ballerino, c’è l’artista. E c’è Baryšnikov. Il suo Don Quixote è pazzesco. Ma anche Sergei Polunin, perché la danza classica è varia. Per me, comunque, l’apice dell’emozione è il Romeo e Giulietta di sir Kenneth MacMillan. È il massimo, tecnicamente e mentalmente».
«Attenzione, allevare ottimi artisti non basta, se vogliamo tenere in vita il teatro. Occorrono manager che accettino la sfida suprema: e cioè reperire il pubblico di oggi, ma soprattutto di domani. Un pubblico che invecchia e condiziona pesantemente gli investimenti nel futuro. E che ha due fasce d’età, gli adolescenti e i 35-45enni, che latitano e non si sa come coinvolgere. In questo caso il marketing non basta, ci vorrebbe un risveglio estetico», spiega Monica Errico, pacata e implacabile. Errico, direttore scientifico del Master in Performing Arts Management (in partnership con il MIP Graduate School of Business del Politecnico e in collaborazione con il Piccolo Teatro, di Milano), ci introduce nel Dipartimento Management dell’Accademia, unico al mondo per il legame strettissimo con un teatro. Qui le aule sono eterogenee al massimo: tante nazionalità, innumerevoli percorsi (dal direttore tecnico di teatro all’ingegnere gestionale, dal direttore d’orchestra al fashion designer, dalla cantante venezuelana che si è venduta la casa per venire a Milano all’ex tecnico del suono di X Factor), curriculum molteplici (laureati, professionisti dello spettacolo e così via) e moltissime aspettative, che coinvolgono le risorse umane, il marketing, il fundraising. «Il focus è sull’Europa continentale: Inghilterra, Usa, Cina, Hong Kong e i paesi del Golfo. E l’ottica è globale: da soli si è finiti, bisogna ottimizzare le risorse di un network internazionale. In Italia, parlando di reperimento delle risorse, va tenuto d’occhio il sistema inglese, sempre più in avvicinamento. Il che significa un certo sostegno pubblico e moltissimo sostegno privato. La cultura americana della filantropia è ancora molto lontana», racconta. E intanto specifica che il master prevede 5 mesi e mezzo di lezioni milanesi più 6 mesi di stage (ripetibili), in prestigiosissime istituzioni italiane ed estere. Raccomandazioni? «I più bravi ce la fanno. L’importante è che siano coscienti di non essere artisti e che amino il lavoro di team e d’ufficio. Monotonia, gavetta ed esperienza. Non possono essere ingenui, devono fare i manager. Le competenze tecniche sono importanti, certo, ma occorrono soprattutto soft skill, qualità umane, e voglia di muoversi». A che punto sono gli italiani? Errico sorride: «Sono gli unici al mondo a pensare ancora, magari inconsciamente, che il teatro sia un agente forte del tessuto sociale». Traduzione: approfittiamone.


Come ne sta infatti approfittando Anna Cingi, reggiana, 25 anni, ancora qualche mese per concludere il corso di specializzazione in Scenografia teatrale. L’allestimento dell’Hänsel und Gretel la vede impegnata in Ansaldo come assistente dello scenografo Julian Crouch, e la sta facendo vivere in una dimensione che lei stessa definisce «strana, perché sono in sala prove con la scenografia non ancora montata, quindi la gran parte del mio lavoro, adesso, è immaginarla. È un lato virtuale e ideativo; niente a che fare con il corso, che invece è tutto manuale». Meglio una cosa o l’altra, allora? Ci pensa, Anna: «Il tempo che passo in laboratorio è prezioso, lì ho a che fare con persone generosissime. E questo non è scontato. È immersivo. Aiuta a capire il mondo del lavoro. Anche se, certo, so benissimo che la Scala rappresenta una realtà privilegiata: è un ambiente con possibilità e con schieramento di persone assolutamente fuori dal normale».

I CORSI DELL’ACCADEMIA


L’Accademia Teatro alla Scala (presieduta da Alexander Pereira e diretta da Luisa Vinci) ha 4 dipartimenti, all’interno dei quali si articolano una trentina di corsi in totale: Musica (Accademia di perfezionamento per cantanti lirici, Corso di perfezionamento per professori d’orchestra, Ensemble da camera Giorgio Bernasconi-Repertorio XX secolo, Corso per maestri collaboratori, Corso di perfezionamento per artisti del coro lirico-sinfonico, Corso propedeutico biennale per allievi cantori del Coro voci bianche...), Danza (Scuola di ballo, Corso di propedeutica alla danza classico-accademica, Corso biennale per insegnanti di danza classico-accademica, Corso per pianisti accompagnatori...), Palcoscenico-Laboratori (Corsi di specializzazione per scenografi, lighting designer, sarti dello spettacolo, truccatori e parrucchieri teatrali, esperti in special make-up, parruccai, tecnici audio, fotografi di scena, videomaker, attrezzisti, macchinisti, meccanici, falegnami, elettricisti...) e Management (Master in Performing Arts Management). Si aggiungono l’Area didattica e divulgazione, l’Attività di orientamento e la Cooperazione culturale.

Per informazioni su durate dei corsi, costi, selezioni, requisiti ed età di ammissione: Accademia Teatro alla Scala, via Santa Marta 18, Milano, tel. 0285451138/60/22, accademialascala.it.

 

Sede di CREMA c/o Fondazione San Domenico

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